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ConiglioViola, Le notti di Tino Bagdad, Studio Museo Francesco Messina - Milano

“Le notti di Tino Bagdad” è un progetto ibrido e diffuso di arte pubblica, dove il mondo analogico e  digitale si incontrano in un frammentario universo narrativo che vede la principessa Tino, protagonista della raccolta di novelle del 1907 di Else Lasker-Shüler, il cui nome ispira il titolo della mostra, immolarsi per salvare e rendere così immortale la poesia. Con un taglio estremamente romantico, il visitatore è invitato ad entrare in questo misterioso mondo orientaleggiante ed espressionista non solo grazie al suo sguardo, ma anche grazie alla tecnologia degli smartphone. Difatti, per mezzo dell’app raBBit (http://tinobagdad.com/rabbit), le immagini incastonate nella pietra prendono vita trasportando lo spettatore al fianco di Tino nelle sue meravigliose avventure. Il gioco cui è chiamato il visitatore è infatti quello della scoperta di un mondo incantato, dove immagini e narrazioni sono costruite alla stregua di un teatro delle ombre e i personaggi sembrano uscire da una visione estremamente vicina al mondo dei sogni. Ecco cosa ci hanno detto ConiglioViola.

Pensando al progetto “Le notti di Tino Bagdad” quello che mi ha subito incuriosita è la scelta del soggetto. Delle meravigliose avventure espressioniste che ricordano “Le mille e una notte”: come mai avete scelto il testo di Else Lasker-Shüler? Cosa pensi renda ancora attuale questa raccolta di fiabe?

«Else, benché quasi sconosciuta in Italia, era un personaggio fantastico della Berlino inizio ‘900. Una figura carismatica, punto di riferimento di scrittori e giovani artisti, animava i caffè letterari dell’epoca, che si contrapponevano dialetticamente al sistema delle gallerie per proporre sperimentazioni artistiche e letterarie d’avanguardia. Else usciva vestita da uomo, e spesso impersonava i personaggi dei suoi racconti. Non era raro vederla travestita da fachiro e chiedere agli astanti di fare spazio al suo stuolo di “servi”, naturalmente immaginari. La poesia di Else, il suo linguaggio criptico e voluttuoso, rappresenta un caleidoscopio di contaminazioni. In pieno stile esotista, la Bagdad di Else è frutto di immaginazione poetica, narrazione di un altrove indefinito e mai mimesi: nelle architetture mitologiche e nei personaggi da lei cantati si mescolano contemporaneità e antichità, Egitto e antica Grecia, Costantinopoli e la Berlino contemporanea. La poesia si palesa sotto forma di architettura. E l’architettura diventa costruzione del sé. Tino, principessa e poetessa d’Arabia, è proiezione dell’autrice, ma anche metafora della poesia. Come per Sherazade la sua missione è poetare, ma se la prima canta per procrastinare la morte, ella sceglie di morire per perpetuare il suo canto».

Osservando le opere, il complesso rapporto tra il mondo analogico e quello digitale sembra una cifra fondamentale: in che modo lo avete gestito?

«L’allestimento della mostra, curata da Kaninchen-Haus, vuole restituire, attraverso due narrazioni parallele, il complesso processo di genesi di questo progetto, nonché la pluralità di linguaggi che esso parla. Il piano terra della ex chiesa di S. Sisto in Carrobbio dona allo spettatore una fruizione basata sulla multimedialità. I sedici lightbox di cemento in esposizione restano immobili finché lo spettatore non accetta l’invito a scaricare l’app raBBit per inquadrare le opere. Ecco che allora le finestre “orientali” diventano altrettanti boccascena teatrali. Ognuna delle opere, già esteticamente autosufficienti, si anima per mettere in scena, grazie a un utilizzo inedito della realtà aumentata, uno degli episodi che compongono il “film diffuso”. L’immagine statica diventa così movimento. La concretezza del cemento trova un contrappeso nella virtualità della visione aumentata. La balconata centrale ci offre una vista della cripta del museo: la proiezione in loop che trasforma i connotati del pavimento granitico va a incastrarsi in uno dei teatrini di rame esposti nei sotterranei. Qui la tecnologia arretra di un secolo. Incisioni su rame, maschere di bizzarri animali in cartapesta, teatrini, fotografie e disegni riprodotti con la tecnica dell’acquaforte illustrano il cosiddetto “backstage” dell’intero progetto. L’utilizzo combinato di nuove tecnologie e tecniche tradizionali non fa che rappresentare l’intento di servirsi della tecnologia piuttosto che rappresentarla (come spesso accade): la tecnologia, vecchia o nuova che sia, è per noi strumento e non oggetto di narrazione».

Un altro tratto estremamente affascinate del progetto è quello dell’essere diffuso per la città, di porsi come una sorta di caccia al tesoro: in che modo la dimensione ludica entra ne “Le notti di Tino Baghdad”?

«Tanto nel museo come nei 10 episodi diffusi in città lo spettatore è regista dell’opera che attende il suo libero gesto per rendersi viva. Molte tecnologie contemporanee sembrano offrire oggi risposta a istanze e teorie artistiche o letterarie elaborate dagli intellettuali del secolo scorso. Si pensi all’idea di Opera Aperta o alle teorie della letteratura combinatoria. Il nostro obiettivo era mettere in discussione i tradizionali schemi di fruizione dell’opera, per invitare il lettore non solo a entrare nella fabula ma anzi a comporla attraverso il suo proprio itinerario. Lo spettatore di Tino è un montatore cinematografico, attraverso il suo errare indefinito ricombina le tessere del racconto. Esploriamo una nuova dimensione di arte pubblica, dove l’opera, come evidenziava per esempio Davide Giannella durante uno dei talk che sono stati programmati a latere della mostra, non si impone sul pubblico ma lascia allo spettatore la libera scelta di essere o meno fruita».

Costanza Sartoris

Video: Giovanni Sannino

Audio credits: Untitled PVC Quena_JA rearrange, naotko. 2016 naotko Licensed to the public under 
http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/ Verify at http://ccmixter.org/files/naotko/53563

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