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doc / CORRADO LEVI in conversazione con STEFANO ARIENTI, LUCA CERIZZA, BEPPE FINESSI, LILIANA RAMPELLO – Peep Hole, Milano

[Peep-Hole, Milano] In occasione del finissage della mostra “Quasi, autoamori di Johnny e Una poesia”, Corrado Levi incontra il pubblico presso gli spazi di Peep-Hole, in una conversazione con Stefano Arienti, Luca Cerizza, Beppe Finessi, Liliana Rampello. E' leggerezza il punto di partenza della conversazione. I relatori utilizzano lo spazio della mostra come luogo di incontro per confrontarsi sulle tante sfaccettature della figura di Levi e su quello che direttamente o indirettamente ha rappresentato. L'idea di leggerezza è certamente stata nella ricerca di Stefano Arienti e per tutta una generazione di artisti attivi che negli anni novanta; si è occupato della questione della leggerezza nell'arte italiana Luca Cerizza, nel suo recente libro La piuma e L'uccello - (et. al edizioni, 2010); un tema caro anche a Beppe Finessi, storico del design e allievo di Levi, e a Liliana Rampello, saggista e critica letteraria...

mercoledì 3 novembre 2010 - ore 18
Peep-Hole, Milano
www.peep-hole.org
 
luca rossi, 09/01/2011

In italia gli addetti ai lavori (anche di grande qualità come Levi) non hanno mai pensato a formare e stimolare la gente comune. Hanno formato alcuni discreti giovani artisti ma poi nulla. Hanno lavorato bene su torri d'avorio e quindi non ci sono stati risultati veri e propri. Levi citava Mao: "una scintilla può bruciare una prateria". Ammesso che la scintilla sia sulla torre d'avorio (il sottoscala del Politecnico dove Levi teneva le lezioni) la scintilla non può fare niente se fuori è pieno di gente armata di secchi d'acqua. Levi dichiara che non è interessato al successo del sistema dell'arte italiano: dice giustamente che non è così importante vendere tutto prima di una mostra...eccetera eccetera, successo internazionale e vi dicendo. Dice che è più importante la scintilla nell'occhio dello spettatore. Giusto, ma come dicevi giustamente tu non è possibile, in italia, considerare ancora Arienti un giovane artista e non creare le condizioni per formare artisti migliori e permetterne il riconoscimento fuori confine. Gli artisti italiani vivono la sindrome di eterni Peter Pan mal seguiti e mal supportati; la filosofia dei giovani curatori/critici misura il successo in base al numero di residenze all'estero e di esperienze all'estero. I giovani artisti italiani sono immersi in un programma Erasmus continuo che sta in piedi soprattutto grazie la mitica Nonni Genitori Foundation.


Il problema alla base sta nel disinteresse dell'arte contemporanea da parte della gente comune: questo significherebbe avere un opinione pubblica attiva, significherebbe maggiore dibattito, maggiore qualità, maggiore interesse politico, maggiori fondi per la cultura. Coltivare una sensibilità per l'arte contemporanea non significa andare alle mostre di arti visive, ma formare una coscienza e una sensibilità che poi si riflettono in ogni campo (politico,culturale, sociale). Fare scintille sopra torri d'avorio non serve più a nulla; fuori c'e gente armata di secchi d'acqua. Berlusconi (come dice un libro di Severgnini) ha l'orecchio attaccato alla pancia degli italiani. E gli italiani sono disinteressati all'arte contemporanea. Tu come direttore di museo non puoi parlare; nessuno ha interesse nell'approfondire i dati, sarebbe come delegittimare il proprio operato. Ma i musei di arte contemporanea italiani sono vuoti, non c'è pubblico pagante; anzi i musei per essere digeriti e accettati devono abbassare la qualità della proposta creando un circolo vizioso per cui diventa giusto chiuderli. Come ti dicevo c'è più pubblico che guarda le mostre su internet e sulle riviste che pagante nei musei dedicati al contemporaneo.


Questo sistema dedicato solo agli addetti ai lavori (collezionisti, artisti, curatori, al massimo pochi curiosi..vedi le folle di arte fiera) fa sì che la posta in gioco sia molto bassa; le persone più brillanti tendono a non occuparsi di arte contemporanea; questo crea già un problema di qualità; questa posta in gioco bassa, questo stato di precarietà, rendono impossibile il confronto critico,l'approfondimento e il dibattito per due ragioni:

-"chi me lo fa fare di criticare qualcosa rischiando di perdere quella prossima piccola opportunità di lavoro? Poi siamo tutti amici, proprio come in una grande famiglia italiana, meglio fare finta di niente che criticare. Poi come è poco mitteleuropeo fare polemica, come è terribilmente "bar sport"..come la mettiamo con i complessi di inferiorità esterofili? Non leggiamo Mousse e Kaleidoscope. Meglio semmai giustificare tutto, esattamente come farebbe la mamma." Questo sentimentalismo italiano è patetico e provinciale, esattamente come misurare la qualità in termini di residenze all'estero.

-se la posta in gioco è bassa chi me lo fa fare di sbattermi troppo per approfondire? Meglio andare sul sicuro e seguire strade rassicuranti e omologate; preferibilmente un certo sapore esterofilo e colto che ci rassicura rispetto ai complessi di inferiorità che l'italia nutre nei confronti dell'estero. La "colteria" sembra un altra cosa che il giovane artista italiano deve dimostrare ossessivamente, tanto per fugare i dubbi sul fatto che la scuola d'arte non significa aver scelto il piano formativo B.

L'assenza di dibattito e confronto abbassa la qualità sviluppata e la capacità di promuovere questa qualità in italia e all'estero.Tanto più in un periodo in cui lo stesso estero vive una crisi del linguaggio, risolta a tratti, solo dalla maggiore probabilità di trovare qualcosa di buono in mezzo ad un gran numero di proposte.
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